luceditempesta
Ho conosciuto un’autolesionista.
Era bella, alta, capelli color grano con riflesso castani. Era davvero meravigliosa. Fumava quella sigaretta fatta da lei, come se volesse ispirare tutto il dolore che aveva dentro per poi rigettarlo, come se nulla fosse. Fumava quella sigaretta in un modo malinconico che ora a spiegarlo mi è difficile. Aveva il viso illuminato dal sole e guardava dritto all’orizzonte..chissà cosa pensava. Aveva gli occhi neri, così profondi da poter vedere il vuoto che aveva dentro. Faceva paura. E volevo aiutarla. Ma timida come sono, mi sono limitata a guardarla e a sperare che trovasse un po’ di felicità. Mi sono rispecchiata in lei. Era me. È me. Una ragazza così simile a me, per i modi di fare, per il modo in cui sorride convincendo gli altri di stare bene anche se mente. Sorrise anche a me, ma io non credetti a quel sorriso. Era troppo spento per poter crederci. Aveva gli occhi gonfi e rossi. Circondati dal sangue. Aveva gli occhi di chi ha pianto per mesi. Aveva gli occhi stanchi, di chi lotta contro i suoi mostri. E aveva quegli occhi pieni di grida, che nessuno mai però, aveva sentito. La sua esile corporatura era fragile. La si vedeva. Ma brillava alla luce del sole. Ma era forte dentro, perché lo si poteva intuire dal suo continuo lottare. Non potei far a meno di notare che su quella bella pelle morbida, avesse quei tagli. Quel rosso che si contrastava con la sua bianca pelle. Ero ricoperta da mille brividi. Quei tagli erano la sua storia. Volevo dirle che ci ero passata anch’io. Volevo dirle che non era sola. Volevo dirle che sto ancora combattendo contro i mostri e posso comprenderla. Volevo dirle la mia storia..tutto questo, ma la guardai solo. In un angolo remoto della stanza. Mi veniva da piangere e nello stesso momento mi veniva da correrle vicino e abbracciarla. Si, non la conoscevo, ma sapevo che ci potevamo capire in un istante. Eppure, nonostante combatteva duramente la sua battaglia, era bella. Bella davvero. E chi l’ha rovinata così, merita solo dolore. Ero sicura e lo sono tutt’ora che quella ragazza era felice davvero e che quando sorrideva faceva innamorare chiunque. Chissà da quanto lotta..chissà da quanto non sorride..
Ragazza, spero di rivederti presto, e quando accadrà, spero di avere quel coraggio di venirti a parlare e a farti stare un pochino meglio.
Sei meravigliosa.
beljeving
«Io lo so, ti capisco. Ti capisco quando sei a scuola, quei ragazzi ti guardano e pensi “cosa ho di strano adesso?” Ti capisco quando sei in mezzo alla gente e non sai mai cosa dire. Ti capisco quando invidi quella ragazza che parla con tutti e viene apprezzata qualsiasi cosa dica. Ti capisco quando guardi tutte le altre e pensi che sono sempre migliori di te. Ti capisco quando la tua amica non ti calcola quando ci sono altre persone. Ti capisco quando sei sul letto, e stringi il lenzuolo, così forte da farti male alle mani, così forte da farti stringere i denti. Quando stringi il cuscino a te sperando che sia lui. Ti capisco quando in una folla il cuore ti arriva su per la gola pensando di averlo intravisto, ma in realtà non era lui. Quando invece non ti sei sbagliata e te lo ritrovi davanti, a pochi metri di distanza. Ti capisco quando a quel punto vorresti correre da lui e abbracciarlo, ne hai così bisogno, ma non ci riesci o non puoi. Ti capisco quando non ti senti abbastanza. Quando i tuoi genitori, la scuola, le amiche, i ragazzi, ti fanno sentire inferiore e sola. Ti capisco quando ti chiudi in bagno per tanto tempo, e nessuno se ne accorge, nessuno si accorge della tua assenza. Quando in mezzo alle tue compagne di classe ti senti esclusa e diversa. Perché è così che ti senti. Non hai ancora trovato qualcuno come te, ti senti fuori luogo e sempre strana rispetto agli altri. Ti capisco. Hai tanto da dire e non dici mai niente. E dentro di te hai un uragano di emozioni e parole. Ti capisco. Vuoi essere salvata, ma chi sarebbe mai in grado di salvare una persona così difficile? Chi? Pensi di non trovarla mai, ma sai, io non la penso così. In mezzo alla gente, sì, in mezzo a quella folla di persone uguali, c’è qualcuno come te che troverà i tuoi occhi e ne farà il suo unico rifugio.»
(via beljeving)
paolaspandrio
A volte penso che l’amore vero sia quello non corrisposto,quello platonico, perché hai dentro talmente tanto amore, che potrebbe bastare per entrambi, ma ciò non succede.Si deve essere forti per questo tipo d’amore, essere felici anche se non ti ha parlato, se per caso ti passa davanti, se magari accenna un sorriso, ma soprattutto bisogna essere coraggiosi, perché sai quanto coraggio ci vuole ad amare una persona che non ti ama?
amorecheconsuma
Non gli interessi, ficcatelo bene in testa. Non pensa a te la sera prima di addormentarsi, non ti pensa a scuola, a casa, sull’autobus, mentre esce con gli amici. Lui non ti pensa, non ti vuole. Non gli piaci, è inutile che ti illudi.
‘Oddio mi ha guardata, si è accorto di me’
Magari neanche ti ha notata, neanche ci ha fatto caso.
Pensa a lei, gli piace lei, vuole lei. Non tu, lei. Ed è inutile vestirti più provocante, ignorarlo, mettersi in mostra, fare di tutto per farsi notare. Tu non sei lei e lui non ti vuole.
autolesionista

'Filippo Derfi
21/02/2014
Italiano

Cara professoressa. So che questo tema avrebbe dovuto riguardare il testo argomentativo o qualcosa di simile. Ma io devo parlarle, semplicemente perché devo parlare con qualcuno, non importa neanche tanto con chi. Ma lei ha studiato psicologia, ed è sempre stata comprensiva, quindi mi capirà. E magari non parlerà con nessuno di questo tema. Potrà sembrarle assurdo che io le scriva così sapendo che prenderò un bel due. Ma non è più importante, le spiego perché.
La mia vita non ha senso. È solo fonte di dolori e affanni. Sono solo, e sono pazzo. Vede tutti loro che mi circondano? Mi odiano e li odio. Un bel rapporto, eh?
Mi dicono che sono emo. No, sono soltanto pazzo, gliel’ho detto. Sto sempre a maniche lunghe e vesto di nero per coprire tagli e macchie di sangue. Lei capirà. Lo spero.
I miei genitori mi dicono che sono una delusione, che sono stupido, e non vedono l’ora che me ne vada da questa casa. Fanno bene. Sono pazzo. Dopodomani sarà il mio compleanno, e dopodomani consegnerà questi temi corretti. Sa? Io dopodomani sarò morto. Non ho regali da ricevere o torte da assaggiare, morirò un attimo prima dei miei 17 anni. Non cerchi di fermarmi. Lei deve capirmi. È stata una brava professoressa, anche una brava amica a dire il vero. Sa una cosa? Non è vero che avrei potuto sfogarmi con chiunque. Lei era l’unica a cui avrei parlato così. Arrivederci, o forse dovrei dire addio.’
Piegò il foglio, e lo consegnò. La professoressa lo guardò con i suoi occhietti scuri. Filippo ammirava quegli occhi. Riuscivano a leggerti dentro senza far neanche lontanamente intravedere l’ombra di un qualche pensiero.
- L’hai riletto?
Silenzio dalla parte di Filippo.
- Fili, stai bene?
- Sì. Sì, certo.
Ma come si fa a mentire a una che ha studiato per capire quando menti?
Infatti prese il tema e iniziò a leggerlo.
Filippo pensò che non doveva andare così, e si lasciò prendere dal panico. Corse in bagno senza neanche chiedere, ma la professoressa sapeva che a volte lui scappava così. Lo lasciò fare.
Quando tornò in classe - perché prima o poi in classe ci doveva pur tornare - trovò la professoressa seduta, a fissare il vuoto. Si sedette anche lui.
- Filippo, dovrei dirti una cosa. Potremmo uscire un secondo?
La sua voce ruppe così il silenzio. Con dolcezza.
- Certamente.
Iniziò a pensare a cosa avrebbe dovuto risponderle quando gli avrebbe chiesto di non suicidarsi, di aspettare, e tutto il resto.
Invece lei gli disse soltanto - Aspetta che riconsegni i compiti corretti. A te il voto non importa, lo so, ma aspetta soltanto questo. E poi festeggia il tuo compleanno, prima. Meglio morire da diciassettenni, non credi? -
E Filippo era rimasto molto stupito. Tanto che le aveva risposto - Okay - senza neanche pensarci.
Dopodomani arrivò, e Filippo era vivo e seduto al banco di scuola. Entrò la professoressa, che gli sorrise, e disse - Grazie -. Consegnò i compiti senza perdere troppo tempo.
Ecco una cosa che faceva sempre lei: scriveva il voto e consegnava un bigliettino con un commento. Poteva riguardare il compito (‘hai scritto veramente bene, hai uno stile tutto tuo’) o l’alunno stesso (‘non so bene cosa ti stia succedendo, ma sii forte perché andrà tutto bene’). Oggi il bigliettino di Filippo era più lungo del solito (nonostante i suoi bigliettini fossero sempre un po’ più lunghi di quelli degli altri), e non c’era nessun voto. Il resto della lezione passò in fretta, e Filippo tornò a casa. Senza neanche pensarci troppo, aveva aperto l’acqua della vasca e già sapeva come sarebbe morto: dissanguato. Un taglio soltanto, preciso, chirurgico. Sul polso. Tra tutte quelle cicatrici disordinate, qualcosa che aveva un senso, un significato. Tirò fuori una lametta, e il bigliettino della professoressa.
‘Filippo, ma ci pensi che se muori adesso ti perdi un sacco di cose? Ci sono dei posti in cui voglio portarti, e altri che devi vedere da solo. Per non parlare delle cose da fare, ancora. Ora la felicità ti sembra lontana, ma non lo è poi tanto. Soltanto un passo davanti la depressione. Non sei pazzo, soltanto depresso. Ma io posso aiutarti. Tu ti fidi di me, non è vero? Mi darai una possibilità?
- la prof.
Ps: perché tu meriti di stare bene, se i tuoi pensano di no non ci hanno capito un cazzo, Fili. E i tuoi compagni di classe… Sì, vi odiate, ma solo perché loro sono dei coglioni ignoranti. Ops.
Pps: buon compleanno. C’è un braccialetto, se apri bene la busta. L’ha regalato a me la mia vecchia professoressa, perché non ci crederai, ma le ho scritto una cosa molto simile a quella che tu hai scritto a me. Credimi quando ti dico che ti capisco. Ti capisco, e ti voglio bene.’
Filippo aprì la bustina, e ne cadde un bracciale bianco, sottile. Sembrava quasi un elastico. Lo indossò, e si accorse di una scritta in rilievo: ‘Vali tanto’. Così, Filippo diede un’altra occhiata al braccio, alla lametta, alla letterina. Le sue cicatrici sarebbero diventate quasi invisibili, un giorno, come la scritta sul bracciale. E un giorno avrebbe potuto guardarle, e guardare quel bracciale. E avrebbe potuto insegnare a qualcuno che dal dolore si esce. Che si è sempre abbastanza forti per vincere. Buttò la lametta. Chiuse il rubinetto. Uscì dal bagno. Lui, questa volta, con il piccolo aiuto di un’amica, o di una professoressa, o come definirla, aveva vinto.

Marina Puglisi (via thatconfusedsoulinthoseemptyeyes)

"Perchè tu meriti di stare bene"

(via occhispentidaldolore)